...in the land of the morning star...
E’ vero che io sono una persona nostalgica, che si lega ai ricordi in maniera quasi morbosa. Lo stesso faccio con gli oggetti, tanto che ho ancora il diario che tenevo alle elementari dove ci sono annotati i grandissimi problemi di una bimba di 9 anni e anche alcuni regali dell’allora mio fidanzatino, tipo una gomma profumata a forma di cuore e una penna colorata.
In più, conservati nella mia memoria, ci sono gli innumerevoli pomeriggi nei quali lui – già a casa da ore visto che non faceva il doposcuola come me – mi aspettava affacciato al cancelletto del suo giardino per potermi salutare dall’altro lato della strada quando io scendevo dal pullman.
Che meraviglia queste due manine che si agitavano alimentando un sorriso sincero e che regalavano attimi di pura contentezza. Quante volte, crescendo, si riesce a dare altrettanta importanza ad un gesto così piccolo. Camminavo all’indietro e ci salutavamo finché la strada, con la sua discesa, non mi inghiottiva e io potevo riprendere il mio cammino raddrizzando il passo, ma abbassando la testa.
Non amavo molto il rientro a casa e la mattina successiva sembrava così lontana...
Ora mi domando perché non abbia mai chiesto ai miei il permesso di potermi fermare in quel cortile a giocare con lui. Forse perché so che la risposta sarebbe stata no, senza nemmeno un motivo a giustificarlo.
Pazienza...
Oggi sono in vena di riflessioni seriose e i ricordi sono l'unico mezzo che abbiamo per non dimenticare qualcuno che, per un motivo o per l'altro, ha abbandonato la nostra stessa strada.
Sono contenta che esista questa forma di "sostituzione", il ricordo intendo, che non permette al vuoto di prendere il sopravvento, ma non ho mai pensato concretamente che anch’io per alcuni sono un ricordo. E non so ancora decidermi se questa condizione effimera mi piaccia o no.
Credo di no.
Mi sono resa conto che questo viaggio mi ha emozionata più del previsto e me ne accorgo dal fatto che faccio fatica a trasformare le immagini e i pensieri in parole...
Probabilmente conta anche la voglia infinita che avevo di fare un viaggio con Andrea, e già dai primi passi mossi oltre la stazione mi sono accorta che avrei passato delle giornate stupende.
Ogni angolo importante della città è servito benissimo dai mezzi pubblici; noi abbiamo preferito la metro perché avevamo a disposizione pochi giorni e non volevamo sprecare tempo (lo dimostra anche il fatto che dopo 9 ore di viaggio notturno senza chiudere occhio ci siamo messi subito in marcia per iniziare il nostro tour, senza nemmeno mezz’ora di riposo!).
Alloggiavamo nel quartiere dei musei, quindi praticamente in pieno centro, ma nonostante le numerose guide e le due cartine, ci abbiamo messo un po’ a capire come orientarci. Ogni volta che alzavamo gli occhi c’era qualcosa da guardare, un particolare da immortalare, una scultura o un palazzo da ammirare. I Viennesi sono decisamente cordiali, un signore si è anche offerto di aiutarci vedendoci in difficoltà con la cartina in mano e lo sguardo perso. I palazzi sono tutti immensi e molto curati e puliti. Gli automobilisti vanno per le strade come dei folli, velocità parecchio elevata anche in piena città, ma c’è da dire che hanno molto rispetto per i pedoni e non ho mai visto compiere un’infrazione.
D’altro canto anche i pedoni sono molto diligenti e nessuno passa se il semaforo non dà il permesso.
Anche nella via più trafficata o nel locale più affollato non si sente quel cicaleccio odioso che sono abituata a sopportare qui.
L’inglese è ben conosciuto e farsi capire è abbastanza semplice.
Il cibo è ottimo, i dolci, poi, sono veramente la loro specialità. Sparsi per tutta la città (soprattutto nei sottopassaggi delle principali stazioni della metro) ci sono diversi negozi tipo le nostre panetterie/pasticcerie. In particolare abbiamo notato due catene, la Anker e la Ströck. La seconda è nettamente migliore, i prodotti sono sempre freschissimi e le dimensioni dei dolci notevoli. Con una sola brioche comprata lì, state tranquillamente sazi fino a pranzo!
Una delle prime chiese che abbiamo visto è stata quella di S. Carlo (Karlskirche), me la ricordo bene perché gli ingegnosi Viennesi, per ripagarsi la costosa ristrutturazione interna, hanno pensato bene di far installare tra i ponteggi un ascensore panoramico che arriva fino alla cupola (con 6€ si ha l’accesso alla chiesa, l’apparecchio per l’audioguida e il pass per il museo interno). Per i più coraggiosi, oltre l’ascensore, ci sono alcune rampe di scale per avvicinarsi ulteriormente agli affreschi. Io, da brava fifona con ginocchia di gelatina, ho guardato al massimo il pavimento dell’ascensore e arrivata in cima mi sono messa nell’unico punto dal quale non si potesse vedere giù... Il mio tentativo di terapia d’urto è miseramente fallito!!!
Altra meta da non perdere è il parco giochi del Prater, nella zona sud-est della città.
Forse avrete visto nelle foto la ruota panoramica. E’ davvero enorme e alcune cabine sono arredate per poterci pranzare in due o più passeggeri. Ovviamente gli arredi hanno differenti dettagli e differenti costi (a mio parere molto proibitivi, ma visto che non si fa tutti i giorni...).
Le attrazioni sono davvero tantissime e tutte sfidano allegramente chi soffre di vertigini come me...
Vicino a questa deliziosa e immensa zona divertimenti, c’è il cimitero centrale.
Due milioni e mezzo di tombe. Di una vastità incalcolabile.
Talmente vasto che a perdersi ci si mette un secondo (ehm...). Fortuna che, viste le dimensioni, c’è un autobus che percorre quasi tutto il cimitero come mezzo per una visita guidata (o per recuperare poveri turisti zuppi di pioggia nella zona opposta all’uscita!).
I negozi sono concentrati in un’unica via (infinita) che è la MariaHilferStraße.
Da una parte e dall’altra della strada solo negozi negozi negozi. Doveva esserci anche un megastore della Virgin, ma non l’abbiamo trovato. Siamo dovuti tornare a casa senza i due ricordi di Vienna che ci eravamo promessi: un cd e un puzzle per la nostra collezione.
I prezzi assomigliano molto a quelli di Bologna, quindi non è proprio una città economica, soprattutto i souvenir sono davvero cari. Se poi volete comprarli nel negozio sotto la ruota panoramica, allora armatevi di carta di credito ben fornita. Una misera calamita da frigorifero sfiora i 10€.
La birra è buona. Siamo andati a fiducia perché non ne conoscevamo nemmeno una e devo dire che sono rimasta soddisfatta.
Ora mi fermo perché se no rischio di scrivere altrettanto.
Aggiungo solo due righe sulle stranezze che ho notato.
Prima di tutto non esistono né tapparelle né scuri né persiane di qualsiasi tipo... Per me è quasi impossibile pensare di vivere dove non possa decidere di fare buio!
La seconda particolarità riguarda i pub. Con la birra ti portano una ciotolina di arachidi da pulire e tutti i croccanti e scricchiolanti gusci vuoti vanno gettati a terra. Abbiamo raggiunto il nostro tavolo calpestando un pavimento che sembrava di ghiaia e quando la cameriera ha notato che i nostri gusci erano sul tavolo, è arrivata risoluta e ce li ha gettati a terra invitandoci (obbligandoci) a fare altrettanto. Boh...
Terzo ed ultimo appunto riguarda i bagni. Tralasciamo il fatto che non esista il bidet, ce lo aspettavamo, ma i water, be’... quelli sono davvero strani. Non sto qui a descriverli, sappiate solo che sono studiati in modo da evitare... che qualsiasi... cosa... possa raggiungere l’acqua provocando rumore!
P.S.: Tzu, se ti serve sapere altro io sono qui 
Stanotte, dopo anni che non succedeva, ho sognato il mio adorato nonno.
Tenero, premuroso, calmo e immensamento colmo di attenzioni per me, proprio come quando era qui. Io ero un po' stupita nel vederlo, capivo che qualcosa non tornava, ma la felicità che provavo era talmente forte da allontanare ogni domanda.
Quando ho realizzato, aprendo gli occhi, che oggi è San Giuseppe, ho sorriso.
So che magari è sdolcinato e poco probabile, ma io so che lui è stato il mio papà, e stanotte è venuto a prendersi i suoi auguri...
C’era una finestra, rivolta verso la strada, che lampeggiava di luci gialle, rosse e blu che sapevano di Natale. Tre piccoli pacchi dorati appesi al vetro. Una terrazza traboccante di luccichii di plastica colorata a forma di palle da golf. Un piccolo, minuscolo albero addobbato di tutto punto, sistemato sul mobile delle cianfrusaglie. Si illuminava lentamente, come se facesse fatica a prendere il ritmo della festa che lo voleva protagonista e si spegneva altrettanto debolmente come per dare il tempo di abituarsi all’idea. Lui, così piccolo e consumato, eppure così fondamentale per quei due piccoli e incantati occhi che lo riconoscevano una volta girato l’angolo della strada.
Quell’angolo colorato spiccava regalando vita al gigantesco condominio grigio e rosso.
Quella era Casa. L’unica.
Ho in mente una quantità smisurata di immagini legate a sensazioni di calore e affetto quasi palpabili. Calore e affetto che si respiravano, che ti avvolgevano, che ti cullavano e il mattino dopo erano ancora lì, pronti a vestirsi di immagini per regalarti ricordi nuovi.
Ogni volta che ci penso mi dispiaccio di non aver nemmeno una foto di quei momenti.
E’ tutto nella mia testa.
Sì, è lì che i ricordi stanno e devono stare, ma la mente – la mia sicuramente – subisce gli sbalzi emotivi, accavalla le immagini, scompone i desideri, taglia i suoni, mischia verità e bugie...
Prima o poi, è inevitabile, si perde qualcosa (meglio non quantificare) per strada.
Chissà se un giorno, qualche pazzo patito della tecnologia, riuscirà ad inventarsi un oggetto che, sistemato, che so, sugli occhi, sarà in grado di catturare l’immagine a cui stiamo pensando in quel momento... e chissà che immagine verrebbe fuori se lo potessi fare io adesso...


Primo blogcompleanno!
(ma...di già???)
Meglio che non mi metta a pensare a tutto quello che è successo in questi 365 giorni... Non ho voglia di bilanci.
Dico solo che ancora una volta mi è stato dimostrato che per me Luglio è il mese delle novità...
(sarà per questo che mi sta antipatico?)
Me la ricordo eccome la prima volta che mi hanno accompagnata per mano a visitare le meraviglie di internet.
Era luglio e quella domenica pomeriggio casa sua era talmente calda da rendere faticoso anche starlo ad ascoltare.
E lui, con un entusiasmo che avrebbe fatto invidia ad un bambino il giorno di Natale, mi spiegava tutte le infinite possibilità a portata di click.
E io sbadigliavo.
"Massi... ti prego... usciamo? Andiamo un po’ sui colli al fresco? Al mare? In piscina? Dove ti pare... ma fuori di qui..."
"Sì sì, adesso andiamo, ma prima guarda questo… non è bellissimo? E quest’altro? Fantastico! Incredibile davvero..."
Solo verso l’ora di cena ha avuto la "bella" idea di mostrarmi anche la possibilità di giocare di ruolo on line.
"oh-ho... questo in effetti sì che mi interessa..."
Ecco.
Mi ha regalato il pc.
Mi ha insegnato le basi per poter navigare senza problemi.
Mi ha scaricato il primo programma di chat.
Abbiamo creato insieme il mio primo personaggio virtuale...
E’ stato l’inizio della fine.
E’ di nuovo Luglio, fa caldo, e so che se ne parlassi con lui mi ripeterebbe quanto è meraviglioso confrontarsi col mondo tramite internet.
E io sbadiglierei chiedendogli di uscire, di andare al fresco dei colli, o al mare, oppure in piscina.
Perché, alla fine di tutto, oggi specialmente, mi sento davvero stanca...
Stanca di chiudere i miei rapporti qui dentro.
Va così...

Agghindarsi con raggi di luna e falene colorate, correre dietro all'ultimo refolo sapido di sale, imbavagliarlo e nasconderlo dove né il mare né il vento né le nottole possono a liberarlo. Saltellare sull'ultima lingua d'acqua della spiaggia; gli spruzzi ci bagnano le natiche il petto, ci arrossano gli occhi. allungarsi sulla rena col fiato che chiude la gola, avvoltolarsi in un goloso abbraccio, nudi sotto gli occhi del firmamento, mentre lontano passeggia il suono d'un vapore. Appisolarsi nelle mani della stanchezza, fino a che la voce della prima aurora non viene a darci la sveglia...
(l'ho detto che vorrei passare la notte in spiaggia...)